Quarantena

QUARANTENA #3 IN CORSIA

Il mio sguardo incrocia lo specchio appeso alla parete dello spogliatoio, uno specchio vecchio, con gli angoli smussati, rigato e macchiato, ma non è per questi motivi che non riesco più a guardarmi. Ho il viso deformato dai dispositivi di protezione che obbligatoriamente sono costretta ad indossare per ore ed ore, il naso violaceo, le orecchie piegate e graffiate dall’elastico della mascherina, le guance solcate profondamente dai segni di una notte in corsia ed i capelli, ormai, fanno solo da contorno a tutto questo. Mi fa male tutto. Mi fanno male anche parti del corpo che, prima di adesso, non pensavo potessero portarmi così tanto fastidio.

Andare a lavoro ormai assomiglia ad una chiamata alle armi, finire il turno senza subire la pressione dell’ansia che non mi abbandona mai o svenire, è dovuto solamente a quel piccolo briciolo di forza che si aggrappa alla dignità facendomi arrivare, seppur stremata, alla fine.  Odio quelle tute con tutta la mia forza, il sudore mi scivola giù per la schiena, per il petto, e continua a scendere finchè le lancette non mi indicano che posso strapparmela via e iniziare a respirare di nuovo. Odio le mascherine, quelle maledette mascherine che sono diventate il simbolo di questo 2020, ormai mi sveglio nel cuore della notte con la sensazione di averle addosso e di star per soffocare. Odio anche quei tripli guanti che non mi permettono di sentire nulla, non mi permettono neanche di poter dare una carezza, una di quelle vere, a chi morente, con lo sguardo mi supplica di non lasciarlo solo. Odio tutto.

Ma che ne sanno le persone là fuori di come lavoriamo, di quello che subiamo, di quello che passano i pazienti e delle condizioni disumane nelle quali siamo costretti a lavorare in questo periodo.

Il covid, oltre ad aver rivoluzionato la vita di ognuno di noi ha distrutto, sgretolato, calpestato il lavoro che amavo. Si, amavo, perche adesso non riesco a trovare un briciolo di amore in tutto ciò che sto e stiamo vivendo. Di certo non è stato il solo a sgretolare il mio mondo, anzi, forse è stato solo la goccia che ha fatto traboccare questo enorme vaso pieno di crepe.

Ogni volta che salgo in macchina per andare a lavoro mi metto a piangere. Ormai è un rito del quale non posso fare a meno, mi serve per sfogarmi e alleggerire lo stress. E piango finchè non arrivo, a volte rimango per qualche minuto ferma nel parcheggio dell’ospedale aspettando che le lacrime smettano di scendere, mi asciugo il viso e poi sono pronta ad iniziare. E’ così ogni santo giorno.

Il beep del badge che segna l’orario d’entrata mi ricorda tanto il monitor della ragazza del quarto piano che suona continuamente. Ormai è un rumore che mi accompagna h24. Non dormo serenamente da mesi ormai. Spesso mi sveglio anche pensando di essere in corsia e di dover correre nella stanza di qualcuno che chiede aiuto.

Il turno di notte è un atto di coraggio mentre penso alla mia sopravvivenza insieme a quella delle persone ricoverate. 3 infermieri, 43 malati divisi in due piani 10 ore di lavoro notturno. Come si fa? Ieri stavo quasi per avere un attacco di panico. Stare 10 ore con quelle tute, tutti imbragati, è una tortura. Ma lo devi fare perché è il tuo lavoro, perchè manca personale, perchè non hai nessuno che ti può sostituire, perchè c’è troppo lavoro, perchè i pazienti sono troppi e necessitano di mille attenzioni e soprattutto perchè i pazienti hanno bisogno di noi, che nonostante tutto siamo gli unici occhi amici che vedono tra quelle mura.

Come spieghi a una ragazzina disabile di 18 anni attaccata ad un respiratore che andrà tutto bene? grida, si agita, la sua frequenza aumenta, la sua saturazione si abbassa, il terrore si fa spazio nei suoi occhi che diventano grandissimi, si spalancano mentre grida che non vuole morire.

Entri nella stanza, parli con lei, la calmi, ma nello stesso istante i campanelli suonano perchè la paura della morte colpisce tutti, ad ogni età. E scappi da una stanza all’altra per donare una parola di conforto. Fai la psicologa? No, sono un’infermiera. Ma in questa condizione mi ritrovo a fare la psicologa, la mamma, la figlia, l’oss, il portantino, l’inserviente, tutto il necessario per creare un pò di conforto a quei pazienti e per cercare di rendere normale una situazione che normale non è.

Lo faccio anche per i pazienti che sono pronti anche ad insultarti perchè loro sono malati e tu no, perchè non sei corsa appena hanno suonato il campanello, perchè li obblighi a tenersi il casco o la mascherina o  perchè semplicemente sei arrivata nel momento sbagliato.

In corsia

Ieri la mia notte è stata un inferno. In un reparto completamente sola. Sola. Senza oss, senza medico. Da sola con solamente un telefono che mi collegava con l’esterno. 26 pazienti di cui 3 in condizioni gravi, due disabili e due pazienti psichiatrici.

Mi vesto, ho il naso che mi fa male, si è creata una bozza rossa che ad ogni turno diventa sempre più grande e spessa. Indosso i miei occhiali da vista nonostante le piaghe dietro le orecchie, la mascherina e la visiera. Sono pronta.

La mascherina mi rende difficoltoso respirare, quindi devo iniziare a regolare il mio respiro. Respiri leggeri e brevi perchè se si appannano gli occhiali è la fine e non posso toccarli perchè rischierei di infettarmi. Non si sa mai.

Inizio il mio turno di lavoro alle 21, sistemo la terapia delle 23 e faccio un giro dei pazienti, uno per volta. Ognuno di loro ha bisogno di qualcosa: bere, sistemare il letto, spostami, girami, sollevami, cambia la busta delle urine, fai l’insulina lenta, controlla la saturazione, rassicurali. Finisco il giro che sono quasi le 23.

Finito il giro iniziano a suonare i campanelli.

Intanto la tuta inizia a farmi sudare, sfrega sulla pelle come fosse carta vetrata, sento le gocce di sudore che mi scorrono sul petto e la mia canottiera inizi ad inzupparsi di sudore, cosi il mio reggiseno e i miei slip.

Ma non mi posso fermare, la ragazza inizia a gridare di nuovo, “corri, sto morendo”

“stai tranquilla, sono qui e non muori, appena ti sentirai meglio tornerai a casa”

“Promesso?”

“promesso”

Un altro grido, è il paziente della stanza accanto.

“tu! slegami immediatamente e toglimi questo coso dalla testa, testa di cazzo”

E’ un paziente in gravi condizioni, senza casco satura al 78%, ha una polmonite bilaterale, appena arrivato ha completamente distrutto un casco. Proprio ora che i caschi scarseggiano lui lo ha distrutto. Voleva tornare a casa, firmare ed andare via. Tutti fanno i forti ma in fondo nemmeno lui vuole morire. Il medico ha fatto i salti mortali per avere un nuovo casco e dopo le suppliche al telefono della moglie disperata siamo riusciti a rimetterglielo. Un altro, sperando che non rompa anche questo.

“Tu grandissima puttana, ti ammazzo con le mie mani, toglimi questa cosa che adesso mi hai rotto i coglioni. Io ti uccido”

Ho incrociato per un attimo i suoi occhi, mi ha fatto paura. Non riusciva a respirare ma per inveirmi contro ha trovato una forza che fino a quel momento sembrava non avere.

“Sig. F. stia calmo, il casco lo deve tenere perchè senza non respira, stia tranquillo per favore che appena starà meglio lo togliamo”

“Puttana, ti ammazzo, giuro su Dio “

“Mi dispiace, è per il suo bene”.

Non so per quanto resisterò. Anzi sinceramente penso che già sto crollando.

Penso che la mia pressione fosse salita a 190, mi stava esplodendo il cuore.

Faccio un enorme respiro per rilassarmi. E anche questo è errore madornale. Quel respiro mi appanna gli occhiali e la visiera. Non vedo più niente. Il paziente continua ad inveire contro di me, mi augura le morti peggiori, dolori atroci e mi augura il covid.

Penso… “Ma perchè io devo curarti, anzi obbligarti a curarti quando tu non vuoi curarti e soprattutto non hai il minimo rispetto per me? Perchè devo perdere il tempo prezioso che ho appresso a te che non fai altro che mortificarmi e disprezzarmi quando nelle altre stanze ho persone che vogliono essere curate e qualcuna di loro non uscirà neanche viva dalla stanza. Perché non hai rispetto della tua vita, della mia vita e della vita di tutti quelli ricoverati come te?”

“la ringrazio Sig. F., adesso che si è sfogato provi a dormire” e vado via dalla stanza.

Quelle parole mi hanno ferita. E’ proprio vero, puoi fare il massimo, dare il massimo, fare di più di quanto devi, ma non sarà mai abbastanza.

Il sudore, adesso freddo, mi è arrivato alle gambe, sono completamente inzuppata di sudore, mi sento i capelli bagnati e tenere la mascherina non è più sopportabile, anche portare gli occhiali ormai è un supplizio. Ed è ancora l’ 01:00, mancano 6 ore.

Ricontrollo tutti i pazienti prima di iniziare la preparazione del lavoro della mattina.

Dormono tutti, anche la ragazzina si è finalmente addormentata.

Terapia orale, Clexane, Terapia Endovenosa, provette. Cerco di anticipare un pò di lavoro ai colleghi del mattino, siamo troppo pochi e cerchiamo di aiutarci l’uno con l’altro.

Non riesco più a respirare.

Apro la finestra per sentire un pò di aria fresca: non sento niente. Niente di niente, i lacci e gli elastici mi hanno addormentato il viso, il sangue non circola, non basta un po’ di aria fresca per far passare tutto.

Respira piano, respira piano, non pensare al dolore. Le mani mi iniziano a bruciare.

Respira piano piano. Un paio di ore e sono fuori.

Un campanello. Una paziente sta male, corro da lei. Si dimena sul letto, respira affannosamente e le sue urla sono strozzate in gola. Ha la bocca secca, gli occhi puntano il soffitto. Non riesco a farla stare ferma. Non ho le forze per fermarla e pure se le avessi non ci riuscirei. Le prendo le mani, cerco di tranquillizzarla. Sembra non ascoltarmi finchè il suo respiro, piano piano, torna regolare. Mi guarda, mi chiede dell’acqua. E’ tutto passato, rimango un po’ con lei. Ha paura di non rivedere più i suoi figli, ha paura di non guarire più e di essere abbandonata. Mi chiede anche di non intubarla, ha visto un video su youtube ed è rimasta terrorizzata.

La mente umana è strana, davanti alla paura la razionalità sparisce.

“Signora C., io sono qui per lei, stia tranquilla, passerà un bellissimo Natale con la sua famiglia”

Poche parole, ma cerco sempre di trovare quelle giuste, starei ore a parlare con i pazienti, ma è un tempo che non posso permettermi di godere.

Un altro campanello suona, un altro paziente sta male.

Sono le 06:00.

Arriva una collega dal pronto soccorso “Serve un casco, non abbiamo caschi!”

Si ricomincia.

Arrivo nello spogliatoio alle 07:20. Ho finito il turno di lavoro. Mi guardo allo specchio. Ho la divisa appiccicata addosso, sono completamente fradicia di sudore. Il mio viso non sembra neppure più il mio, ma mi ci sono abituata. Ho finito, per oggi.

E anche oggi sono sopravvissuta.

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